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Novità16 settembre 202611 min di lettura

Ivermectina e cancro: una realtà terapeutica per i tumori oppure un fenomeno social?

Da un podcast americano ai sequestri dell'operazione Pangea in Italia, l'ivermectina è diventata la presunta "cura" antitumorale più discussa sui social. Ma cosa dice la scienza? L'articolo esamina i meccanismi d'azione ipotizzati, lo studio preclinico sul modello 4T1 e i due trial clinici in corso con l'immunoterapia, e smonta i numeri dello studio osservazionale che riporta un "beneficio clinico dell'84,4%". Una molecola con potenzialità reali, ma la strada tra ipotesi e realtà terapeutica passa dagli studi controllati.

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Testo

Nel gennaio 2025, in uno dei podcast più ascoltati al mondo, un attore molto famoso ha raccontato la storia di tre suoi amici con tumore in stadio avanzato guariti assumendo ivermectina ed altri prodotti. Nei primi sette mesi del 2025 le prescrizioni della combinazione ivermectina-benzimidazolo sono aumentate di due volte e mezza tra i malati di cancro rispetto allo stesso periodo del 2024, secondo una ricerca condotta negli Stati Uniti.

Non è un fenomeno d'oltreoceano: nel marzo 2026 l'operazione Pangea XVIII si è chiusa in Italia con quasi ventimila unità di farmaci illegali sequestrate, con un incremento dell'importazione illecita di ivermectina e fenbendazolo "a causa della loro promozione come asseritamente utili per la terapia del cancro".

Si tratta di una molecola che potrebbe avere importanti potenzialità in oncologia. Il pericolo è la semplificazione di un argomento così complesso, come può avvenire nei social, semplificazione della quale mi scuso anch'io nell'affrontare l'argomento in poche righe. Cerchiamo di analizzare i potenziali meccanismi di azione della molecola in ambito antitumorale e porre attenzione sulla necessità di esaminare in modo critico le evidenze pubblicate.

Una molecola non banale

Conviene partire dal rispetto che la molecola merita. L'ivermectina deriva da un lattone macrociclico isolato da un batterio del terreno, e la sua scoperta è valsa a William Campbell e Satoshi Ōmura il Nobel per la Medicina nel 2015. Da foglietto illustrativo, viene utilizzata per trattare la strongiloidiasi intestinale, una infezione causata da un tipo di verme rotondo chiamato Strongyloides stercoralis. Viene utilizzata per trattare la filariasi linfatica e la scabbia. Sotto forma di crema è utilizzata sulla pelle per trattare brufoli e foruncoli presenti in caso di rosacea. A questo elenco va aggiunta l'oncocercosi — la cecità fluviale — che è l'indicazione storica del farmaco.

Nei vermi parassiti l'ivermectina blocca in posizione aperta i canali del cloro attivati dal glutammato — i GluCl — e paralizza il parassita. Questi canali non esistono nei mammiferi, ed è la prima ragione della sicurezza del farmaco. La seconda è che i canali imparentati presenti nel nostro cervello, sui quali l'ivermectina sarebbe attiva, restano irraggiungibili: una pompa collocata sui vasi cerebrali — la glicoproteina-P — respinge il farmaco nel sangue prima che entri, come un buttafuori che lo tiene fuori dalla porta. Quando quel buttafuori manca, il farmaco diventa neurotossico: accade in alcuni cani da pastore con una nota mutazione di ABCB1, ed è stato descritto in un ragazzo di 13 anni con due mutazioni nonsenso dello stesso gene, finito in coma dopo una singola dose profilattica per scabbia.

Che una molecola così maneggevole e così economica possa avere altre proprietà è un'idea legittima: è il drug repurposing, il riposizionamento terapeutico, una branca ordinaria e seria della farmacologia oncologica. È anche una branca cronicamente sottofinanziata, perché nessuno guadagna abbastanza da pagare uno studio di fase III su un farmaco che costa pochi euro. Questo è un problema reale, e chi lo solleva può avere ragione.

Perché potrebbe funzionare

La letteratura preclinica non è inventata. L'ivermectina reprime la via WNT/β-catenina nelle cellule di carcinoma del colon; degrada la chinasi PAK1 innescando autofagia; riduce l'espressione della glicoproteina-P e con essa la resistenza ai chemioterapici; danneggia i mitocondri aumentando lo stress ossidativo.

L'ivermectina induce una forma di morte cellulare immunogenica (ICD) dove, a differenza dell'apoptosi classica, la cellula tumorale che muore rilascia segnali di pericolo e il tumore diventa "caldo", cioè viene popolato da linfociti T.

Nel 2021 il gruppo di Peter Lee al City of Hope ha pubblicato uno studio su topi BALB/c immunocompetenti con carcinoma mammario triplo negativo (modello 4T1), evidenziando la regressione completa in 6 casi su 15 con l'ivermectina orale combinata con un anti-PD1, contro 1 su 10 con il solo anti-PD1, 1 su 20 con la sola ivermectina e 0 su 25 nei controlli non trattati; nessuno dei due farmaci, in monoterapia, ha mostrato efficacia in vivo. Gli animali guariti, re-inoculati con cellule 4T1 nella mammella controlaterale, hanno resistito tutti allo sviluppo di nuovi tumori, mentre i controlli naïve li hanno sviluppati tutti.

Il risultato è forte, ma va contestualizzato. Il lavoro ha subito nel 2026 una doppia procedura editoriale. Dopo una iniziale correzione di immagini, è stata pubblicata una Editorial Expression of Concern; la contestazione riguarda gli esperimenti adiuvante e metastatico — quelli con la sinergia statisticamente più forte — mentre l'esperimento sul tumore primario non è formalmente coinvolto; l'indisponibilità dichiarata dei dati grezzi indebolisce però l'intero lavoro. Il 4T1 è un modello notoriamente refrattario agli immunoterapici, e questo rende il risultato interessante. Resta un'ipotesi biologicamente plausibile, che però oggi attende una replica indipendente.

Sull'ipotesi immunologica esistono due studi clinici. Il primo (NCT05318469, Cedars-Sinai di Los Angeles), in corso dal 2022, associa ivermectina orale e un anti-PD1 nel carcinoma mammario triplo negativo metastatico: i dati presentati nel 2025 riguardano nove pazienti, con più linee di terapia alle spalle. La combinazione è risultata sicura. Sull'efficacia, degli otto valutabili una risposta parziale, una stabilità e sei progressioni di malattia — un tasso di beneficio clinico a quattro mesi del 37,5%, ma con un intervallo di confidenza che va dal 15% al 92%: su otto pazienti, una stima che non permette di concludere molto. Si trattava di una popolazione fortemente pretrattata: 6 pazienti su 9 avevano già ricevuto inibitori dei checkpoint, 6 su 9 erano PD-L1 positivi. Il secondo studio (NCT07487805, denominato ICONIC, University of Florida) dovrebbe partire nel 2026, e il suo obiettivo dichiarato è indagare la sicurezza, gli effetti farmacodinamici e il potenziale di modulazione immunitaria dose-dipendente dell'ivermectina in associazione all'immunoterapia nel trattamento dei tumori solidi.

L'ipotesi immunologica è l'unica che non poggia su un effetto citotossico diretto: il farmaco non dovrebbe avvelenare il tumore, ma modificare il modo in cui il sistema immunitario lo riconosce. È una direzione di ricerca ragionevole, non una certezza, e spiega perché la ricerca attuale proceda in associazione all'immunoterapia.

Occorre considerare che le concentrazioni a cui l'ivermectina uccide le cellule tumorali in laboratorio possono essere più alte di quelle utilizzabili in clinica. Inoltre, uno studio del 2022 ha mostrato che in cellule di carcinoma della cervice la morte cellulare osservata in vitro dipendeva almeno in parte dalla formazione di precipitati nel terreno di coltura; quindi si trattava di un artefatto sperimentale, non di un effetto farmacologico.

Lo studio più famoso

Nel 2026 è comparso su una rivista peer-reviewed uno studio osservazionale su pazienti oncologici trattati con una combinazione galenica di ivermectina e mebendazolo, che riporta un beneficio clinico dell'84,4%. Lo studio è citato spesso per cui merita attenzione.

Il beneficio clinico (Clinical Benefit Ratio, CBR) è stato definito a priori come la proporzione di partecipanti con NED (malattia non evidente), regressione o malattia stabile. Nei numeri: 32,8% NED + 15,6% regressione + 36,1% stabile = 103/122 = 84,4%. Il CBR è semplicemente 100% meno la progressione auto-riferita: 100 − 15,6 = 84,4. Non è una misura di beneficio, è il complemento del peggioramento percepito.

L'84,4% di beneficio clinico non considera tutti i partecipanti allo studio (197 partecipanti), bensì ne considera solo 122, che sono coloro che hanno risposto al questionario a 6 mesi. Non c'è un gruppo di controllo, non ci sono valutazioni strumentali (per esempio, TC) e gli esiti sono autoriferiti. Infine, tutti gli autori sono affiliati a e/o ricevono un sostegno salariale da The Wellness Company (TWC), che gestisce la piattaforma di telemedicina attraverso la quale la combinazione ivermectina-mebendazolo valutata in questa analisi è stata prescritta; TWC offre anche formulazioni galeniche di ivermectina.

Nel giugno 2026 la rivista ha pubblicato una Expression of Concern sull'articolo, aprendo un audit formale sulla verificabilità dei dati e sull'esistenza stessa della documentazione relativa alle diagnosi oncologiche dei 197 partecipanti. L'indagine valuterà la documentazione obbligatoria di approvazione o esenzione del Comitato Etico Istituzionale (IRB), le cartelle cliniche anonimizzate e verificate alla fonte che confermano le diagnosi di cancro di base dei 197 partecipanti iniziali e la documentazione medica oggettiva a supporto delle regressioni anatomiche riportate. Nel frattempo, però, lo studio è già stato diffuso sui social e diversi professionisti e non ne hanno esaltato i risultati.

La porta resta aperta

L'ivermectina potrebbe rappresentare una grande risorsa in oncologia, soprattutto per l'ipotesi immunologica del suo meccanismo di azione. È un terreno già oggetto di studio, come mostrano i due trial citati sopra. Nell'ipotesi immunologica, il suo utilizzo non dovrebbe probabilmente essere come trattamento esclusivo, bensì come farmaco da associare all'immunoterapia.

Nel motore di ricerca gratuito per articoli scientifici PubMed, digitando ivermectin AND cancer risultano 456 articoli (in data 22 agosto 2026), dei quali 235 degli ultimi 5 anni, a testimonianza dell'elevato interesse suscitato dal farmaco. Non sono pochi e c'è da chiedersi quanti siano, invece, i post che circolano nei social sul suo utilizzo in oncologia. Quando vengono comunicati casi di guarigione con ivermectina, sarebbe opportuno andare ad analizzare se il paziente abbia effettuato immunoterapia, chemioterapia o altri trattamenti che possano svolgere un ruolo di rilievo sull'andamento della malattia anche senza di essa. Può capitare di leggere post che esaltino i benefici di determinati trattamenti, omettendo però il concomitante uso di farmaci convenzionali.

È una realtà terapeutica? La storia della farmacologia suggerisce di non chiudere la porta troppo in fretta. La talidomide, ritirata nei primi anni '60 dopo la tragedia delle malformazioni congenite, era il farmaco più infame del Novecento: nel 1964 un medico di Gerusalemme la somministrò come sedativo a un paziente con una grave complicanza della lebbra e ne osservò, per caso, la regressione. Quell'osservazione fortuita non fu però diffusa come cura miracolosa: fu messa alla prova con studi controllati, che ne confermarono l'efficacia, e decenni dopo il razionale antiangiogenico portò ai trial nel mieloma multiplo, di cui la talidomide e i suoi derivati sono oggi un pilastro terapeutico. Tra l'aneddoto iniziale e le approvazioni sono passati decenni di ricerche.

Per l'ivermectina la speranza è dunque legittima, ma il percorso che trasforma un'ipotesi in una realtà terapeutica passa dagli studi clinici.

Riferimenti essenziali

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